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Sull’importanza della programmazione

Questo articolo è la traduzione di un bellissimo TEDx talk. L’ho tradotto perché esprime con parole migliori di quelle che potrei usare io la mia visione sulle ragioni per cui è importante lavorare con i bambini utilizzando robot, coding, programmazione e, in generale, insegnando loro il pensiero computazionale. In più fa una bella riflessione sulle donne (e sulle bambine, soprattutto) nel mondo dell’informatica.

Il titolo originale del talk è “The poetry of programming” di Linda Liukas e il talk si può guardare su YouTube dal canale TEDx Talks o si può leggere una trascrizione sul sito OECD.

Linda Liukas è una programmatrice, storyteller e illustratrice.

La poetica della programmazione

La programmazione è il prossimo linguaggio universale. Negli anni Settanta il punk rock ispirò un’intera generazione. Negli anni Ottanta probabilmente fu il denaro. Per la mia generazione, l’interfaccia per la nostra immaginazione e per il nostro mondo è il software. Questa è la ragione per cui abbiamo bisogno di convincere un gruppo più numeroso di persone che i computer non sono qualcosa di noioso, meccanico e solitario, ma qualcosa che si può toccare, con cui si può armeggiare e che si può mettere sottosopra.

Questo è quello che penso: le bambine non sanno ancora che non devono apprezzare i computer. Le bambine sono precise, sanno concentrarsi, sono veramente bravissime a raccontare storie, a esprimere se stesse e a fare le domande giuste. E non sanno ancora che non devono apprezzare i computer.

Ma i loro genitori lo sanno. Pensano che la programmazione sia una disciplina esoterica, scientifica, piena di mistero, simile alla fisica nucleare per quanto concerne la vita di tutti i giorni. E hanno ragione: c’è tantissimo da sapere sulla sintassi, sul controllo di flusso, sulle strutture dati, sugli algoritmi, sui protocolli, sui paradigmi e sulle pratiche comuni.

Quindi quando studiavo a scuola, invece di imparare ad usare i computer, mi emozionavo a creare nuovi mondi, coniugare verbi irregolari francesi, sferruzzare calzini e studiare la filosofia di Bertrand Russell. E cominciai a pensare che forse il mondo della tecnologia era senza dubbio solitario, noioso e meccanico.

Abbiamo reso i computer sempre più piccoli, costruendo strati su strati di astrazione fra gli esseri umani e le macchine. Insegniamo ai bambini la biologia umana, come funziona il motore a scoppio o come essere un astronauta, ma quando mi chiedono “Linda, Internet è un luogo?” oppure “Che cos’è un algoritmo di ordinamento?” oppure “Come fa il computer a sapere cosa deve fare quando premo play su YouTube?”, noi restiamo in silenzio.

“Deve essere magia!” dice qualcuno.

“È troppo difficile!” dicono altri.

Ma non è magia e non è difficile. È solo successo tutto molto in fretta. Gli informatici costruiscono queste incredibili, bellissime macchine per noi, ma le rendono anche estranee, straniere.

E questa è la ragione per cui il linguaggio che usiamo è straniero. Nessuno mi aveva detto che i verbi irregolari francesi insegnano competenze di riconoscimento di schemi, che sferruzzare calzini vuol dire eseguire una sequenza di comandi simbolici che contiene dei cicli e che la ricerca della lingua perfetta che colleghi l’inglese e la matematica di Russell ha trovato la sua ragione di essere nei computer. Pensavo come un programmatore, ma non lo sapevo.

I bambini di oggi pinzano, toccano e strisciano la loro strada nel mondo, ma a meno che non si insegni loro come costruire con un computer, saranno consumatori invece che creatori. Se JavaScript è la lingua franca della prossima generazione, invece della grammatica dovremmo insegnare loro la poesia. Se cambiamo la percezione dei bambini di cosa è possibile, possiamo cambiare il mondo intero.

Più sentiamo accessibile la tecnologia, più ci giochiamo, la smontiamo, la modifichiamo e la maneggiamo, più riusciamo a cogliere il senso di cosa è possibile. Ricordate, la “disruption” non comincia con la tecnologia. Comincia con le persone che hanno una visione.

Immaginate un mondo dove le storie che raccontiamo a proposito del modo in cui sono costruite le cose non include soltanto poco più che ventenni della Silicon Valley, ma anche studentesse keniane o bibliotecari norvegesi.

Immaginate piccole Ada Lovelace che crescono in un mondo di uni e zeri, ma si sentono sicure sui poteri, sulle limitazioni e sulle possibilità date dalla tecnologia.

Immaginate un mondo di tecnologia che sia bizzarro, bellissimo e un pochino strano. Un mondo che mi permetta di vivere il mio sogno di bambina: di svegliarmi la mattina nella Moomin Valley, di girovagare con i Tattooine nel pomeriggio e di addormentarmi a Narnia.

Vedete, per qualcuno che adorava creare mondi fantastici e raccontare storie, la programmazione è la carriera perfetta. Invece di creare storie, io creo mondi con il codice. Con la programmazione ho la capacità di creare il mio piccolo mondo con le sue regole, i suoi paradigmi e le sue pratiche, intrecciando nient’altro che la pura forza della logica.

Sono ancora un poeta, dopo tutto.

Linda Liukas, TEDxCERN, Ottobre 2015

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